Ok. Ho riascoltato Carry On per tutta la settimana, e il giudizio è decisamente migliorato.
E’ un album rilassato, con molte sfumature blues. Lontano anni luce da quel capolavoro di Euphoria Morning e diverso, molto diverso, da qualunque cosa dei Soundgarden e Audioslave, ma comunque non è un disco da buttare.
La prima parte del disco non è niente male. Parte bene con No Such Thing e procede con canzoni come Safe And Sound, She’ll never be your man, Ghosts e la cover di Billie Jean. Nelle canzoni positive ci metto anche Scar in the sky, via. Da lì in poi però l’album si perde in una sequenza di canzonette che scorrono via senza lasciare il segno (escluse la fantastica Disappearing Act, forse la più bella sull’album, e You Know My Name, che comunque la sua porca figura la fa).
Il problema è che… è Cornell. Se Carry On l’avesse fatto qualcun altro, probabilmente mi sarebbe piaciuto molto di più. Ma da lui mi aspetto meglio, non certo un album che, nonostante non sia brutto, è decisamente al di sotto delle sue possibilità.
O forse sono io che mi aspettavo chissà cosa da quest’album, chissà.
Restando in tema Cornell, ho messo le mani sul bootleg del concerto di Milano, giusto per sapere cosa mi sono perso.
Mi sono perso due ore e venti di un concerto strepitoso, con una scaletta pazzesca e un Cornell in modalità dioscesointerra. Durante l’ascolto di Slaves & Bulldozers il cuore mi si è fermato un paio di volte.




Invece è coreano e non se lo caga nessuno. Vale anche per i registi, eh. Spielberg? Spielberg chi? Io conosco Takeshi Kitano.
più seriamente, come uno sport appunto. Niente storyline eccessive per motivare un match, solo due uomini che lottano per l’onore, per sapere chi dei due è migliore. E a giudicare dalle botte che prendono (calcioni al volto, cadute di collo), mi viene da credere che i giappi siano fatti di acciaio.









