Ieri mi ha chiamato un amico che non sentivo da un sacco di tempo, per chiedermi se ero disponibile per una partita di calcetto in serata. Lui sente che sono titubante, e mi dice che sarà una cosa tra amici, molto rilassata. C’è gente che non tocca un pallone da anni, dice. E a quel punto accetto, “tanto sono allenato”.
Perchè dovete sapere che io, a calcetto, ci gioco già due volte a settimana. Lunedì e venerdì, appuntamento fisso, padri contro figli. Certo, abbiamo i nostri ritmi e giochiamo evitando il più possibile contrasti (anche perchè se rompo una gamba a papà, poi mamma chi la sente?), ma è pur sempre una partita. Poichè poi il campo è di un conoscente, capita spesso che giochiamo molto più della classica ora.
Quindi mi reco al campo tranquillo, fiducioso dei miei mezzi. Oh, c’è gente che non gioca da anni, io rispetto a loro sto in formissima. Questi stasera me li magno!
Arrivo al campo, e mi presentano gli altri. C’è quello col completo ufficiale del Barcellona, quello con la maglia di Kakà e le scarpe adidas ultimo modello, quell’altro con i capelli legati come Beckham. Sono tutti in tiro. Io indosso una vecchia maglietta di cotone con qualche buchetto dovuto all’usura, nera perchè smagrisce, e un paio di pantaloncini bianchi. Le mie scarpe hanno le stringhe di colore diverso, perchè quella sinistra si è spezzata tempo fa. I capelli li ho bagnati sotto la fontana, e li ho buttati indietro alla meglio. Ma tanto non è la maglia che fa il giocatore. E poi, allenato come sono, dove non arriva la tecnica arrivano le gambe.
Si formano le squadre, e uno mi passa una pettorina blu (che fa pendant col pantaloncino bianco. Noi giocatori a queste cose ci teniamo u.u ). La pettorina è di un simpatico materiale sintetico completamente antitraspirante, solo tenerla in mano mi provoca sudorazione lungo tutto l’avambraccio.
Prima della partita ci sono cinque minuti di riscaldamento. Io lancio occhiate di striscio al pallone, lo calcio con delicatezza, mentre gli altri si dilettano nello sfondamento della barriera del suono. “Passaggi tesi”, li chiamano.
Inizia la partita, e nel giro di pochi secondi stiamo già perdendo, ma solo perchè uno che dice di giocare a pallone giusto sulla playstation ha fatto gol scartando tutta la squadra avversaria e tirando un missile terra-aria che si è infilato dritto dritto sotto l’incrocio.
Nel giro di un’altro minuto succedono due cose che mi fanno rendere conto che non sarà una partita come quelle a cui sono abituato. Prima un tappetto di un metro e cinquanta mi umilia in velocità e mi fa ricordare che non sto più marcando il signor Umberto, 55 anni e l’andatura di un bradipo. Poi un contrasto con un deficiente che non tira indietro la gamba nonostante lo avessi saltato, che mi fa vedere le stelle. Ma va bene tutto, tanto sono allenato.
Io gioco di fino, effettuo lanci calibrati al millimetro, corro in avanti e rientro in difesa all’occorrenza. Faccio il lavoro sporco, lascio ad altri i giochetti col pallone e i numeri da circo. Sono uomo di quantità, capitemi. Una vita da mediano, direbbe Ligabue.
Al quarto d’ora di gioco circa, il sudore mi ottenebra la mente e inizio a vedere la testa di Papa Ratzinger al posto del pallone. Colpa della pettorina, non può essere diversamente. Gioco due volte a settimana io, non posso essere già stanco.
Dopo qualche minuto, vengo lanciato in profondità da quello che mi pare essere Garibaldi a cavallo. Il fatto che il pallone mi appaia come Ratzinger mi dà una spinta in più. Arrivo sulla palla, sputo in un occhio al difensore e lo infilo tra le gambe del portiere (il pallone, brutti malpensanti).
Segue una mezz’oretta di calcio velocissimo e ad alta classe, della quale non ho molti ricordi perchè ero in apnea totale. Poi vado in trance, e vedo in rapida sequenza Homer Simpson, Kurt Cobain e Chucky che mi spronano a dare di più. Mi sgancio e vado in profondità per l’ennesima volta (la seconda), mi libero di un difensore tirandogli una caccola presa dal naso e tiro di precisione verso l’angolino. Doppietta personale, è uno dei segni che l’apocalisse è alle porte.
Finisce la partita, io vomito anche l’anima a bordocampo. Segue doccia condita da quei simpatici scherzi da spogliatoio come la frustata con l’asciugamano bagnato, la misurazione del pistolino e il canto di cori affettuosi rivolto agli sconfitti (riassumibile in un’unica parola, “puppatecelo!“).
Stamattina non ho nessuna sensibilità al di sotto del bacino, un grosso livido sulla gamba destra e appena mi muovo mi partono delle fitte lancinanti ai polpacci e agli adduttori.
Sarà stata mica la pettorina?